LINGUA ET MORES

Civiltà e vita quotidiana 131 Nel Satyricon di Petronio, Trimalcione2 loda il suo cuoco perché conosce l arte della contraffazione: con un filetto di porco fa un piccione, con un prosciutto una tortora e presenta uova di pavone ripiene di beccafichi in salsa pepata. La cultura del pane Anche il pane era assai vario, confezionato in modi diversi. Il pane bigio, secundarius, era di farina contenente crusca; pur essendo un cibo riservato ai plebei, Ottaviano Augusto lo prediligeva. Altri tipi erano il pane per ostriche, l artolaganum, una sfoglia di pane, usato per gli antipasti, il panis quadratus, segnato in superficie con il coltello da quattro incisioni che lo dividevano in otto parti chiamate dai Romani quadrae, da cui il nome, nonostante il pane fosse di forma rotonda. Era considerato una delicatezza il pane picentino: veniva fatto cuocere in olle di ceramica, che si rompevano durante la cottura, ed era servito con il mulsum, vino mescolato con il miele. L arte dei pasticceri Raramente si usavano dolci alla fine della cena: probabilmente venivano consumati fuori dei pasti. Esistevano infatti botteghe di pasticceri, che producevano prelibatezze di tutti i tipi e forme. I dolci si preparavano con miele, farina, mosto cotto, semolino, formaggio fresco (la Natura morta da un affresco di Pompei (Napoli, Museo Archeologico). Raffigurazione con cassata (Dalla villa di Oplontis). ricotta): vi è infatti un affresco che rappresenta una torta di ricotta con canditi, molto simile alla nostra cassata siciliana. La frutta si consumava in abbondanza: i mosaici e gli affreschi testimoniano trionfi di mele, pere, fichi, susine. Gli agrumi provenivano dall Oriente, cominciarono a essere coltivati sul nostro territorio a partire dal IV secolo d.C. L albicocca è originaria dell Armenia da cui deriva il suo nome malum Armeniacum, così come il melograno, malum Punicum, trae origine dai Puni, gli abitanti dell attuale Tunisia. Alcuni frutti entravano nelle ricette per la cucinatura delle carni: l albicocca, secondo Apicio3, veniva impiegata nella cottura dello spezzatino di maiale. Il vino e la festa Il vino costituiva la bevanda per eccellenza e veniva consumato anche in onore dei Lari, le cui statue erano collocate sul tavolo. Doveva essere allungato con acqua calda in inverno e fredda in estate e il magister bibendi (il nostro sommeiller) determinava in quale misura dovessero essere le proporzioni di acqua e di vino, a seconda degli alimenti. Secondo Orazio4, questa bevanda paradisiaca liberava gli uomini dagli affanni, riusciva ad allontanare la triste quotidianità; non solo, il vino proveniva da aree geografiche differenti, aveva una sua specifica denominazione (Cecubo, Falerno, Marsico, Fundano, Opimiano, Sorrentino...) e un suo gusto particolare con il potere di far ricordare i luoghi di origine, in cui il poeta affondava ricordi e situazioni. Il banchetto era allietato dalla presenza di ballerine, di cantanti, di suonatrici di cetra o di attori che recitavano versi. Non mancavano gli scurrae (giullari) o i moriones, nanerottoli che lanciavano lazzi e battute per divertire. La sontuosità delle mense testimonia l opulenza di Roma: si pensi alla cena di Trimalcione, modello di esibizione di ricchezza.

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